Arlequins - Recensione "Diacronie"

31.03.2011 12:00

Terminato l’ascolto di questo album mi sono quasi stupita nel realizzare che non si tratta di un disco rock e forse neanche propriamente Prog, anche se sono profondamente convinta del legame fra quest’opera ed il nostro genere, forse perché mi ispira quel concetto di musica universale ideato da Hermeto Pascoal che indica qualcosa senza confini. La trasversalità di questo progetto è data soprattutto dalle influenze multietniche che si realizzano sia attraverso la scelta di lingue provenienza diversa per i testi (non a caso la prima che incontriamo in ordine temporale è proprio l’esperanto) sia attraverso la contaminazione stilistica. Questa fusione non genera affatto una babilonia di suoni e parole o un risultato confuso o frammentato ma viene convogliata in uno stile unitario anche se decisamente variopinto. Il punto di partenza è un soft jazz molto suadente in cui vengono convogliati ritmi caraibici, africani, arabi e mediterranei, a dar vita ad una musica che emana calore come un abbraccio. La line-up è molto ricca e si basa su un nucleo di cinque musicisti (Luca Tozzato alla batteria e percussioni, Carla Sossai alla voce, Luca Crepet alla batteria, marimba, percussioni e vibrafono, Adolfo Silvestri al basso bouzouki, chitarra classica e contrabasso e Marino Vettoretti alle chitarre, guitar-synth e tastiere), arricchito da numerosi altri ospiti (alcuni di notevole calibro come il noto trombettista Mike Applebaum) con un impiego di una vasta gamma di strumenti, scelti di volta in volta per donare la giusta atmosfera e la giusta sfumatura etnica ad ogni brano. 

Ma pur avendo a disposizione questo arsenale ricco di strumenti e uomini tecnicamente preparati la scelta operata dal gruppo è stata quella di dare la precedenza ad uno stile compositivo potenzialmente in grado di arrivare al cuore di tutti e che non si fa scudo dietro ad inutili barocchismi o dimostrazioni di forza. L’atmosfera è un po’ quella sognante del musical o quella leggera delle favole per una musica che non ha confini né geografici né temporali. Un paragone che spesso mi è venuto in mente è quello con i Minimum Vital di “Esprit D’amor”, sia per quel che riguarda la musica dolcemente contaminata da suoni multietnici, antichi e moderni, sia per il cantato di Carla Sossai che mi ricorda molto nello stile Sonia Nedelec, e poi c’è un altro elemento, l’uso di lingue estranee al nostro orecchio, di cui prima di tutto apprezziamo la musicalità, può essere in un certo senso comparato alla strana lingua ideata dai Minimum Vital. Un esempio lampante è dato da “O mama” che sembra letteralmente rubata al repertorio del gruppo francese, soprattutto per le assonanze linguistiche (anche se in questo caso la lingua esiste e proviene dal continente africano). 

Troviamo brani scorrevoli e leggeri, come la seconda traccia, “Come un canto”, una delle poche in italiano, ma vi sono pezzi decisamente più impegnativi come “Alea” dalle fragranze Canterburyane con belle tastiere dagli accenti sudamericani. Fra le stranezze glottologiche di questo album posso citare “Niw.t nt nhh” in antico egiziano che unisce alla particolarità metrica di questa lingua una struttura ritmica variegata e complessa ma estremamente elegante e piacevole nella sua progressione quasi ondulante. Senza andare troppo lontano, in “Danza Partenopea” la lingua è quella napoletana in un contesto musicale che anch’essa ci riporta a questa terra con le sue contaminazioni arabe e spagnole racchiuse in una maglia musicale versatile e jazzy. 

Anche quando la lingua scelta è l’italiano le frasi seguono un bel ritmo che mi ricorda un po’ lo stile di Nik Comoglio nei Syndone. Come ulteriore esempio di contaminazione musicale e culturale mi piace infine citare la traccia di chiusura, “Storie mediterranee”, in cui si ricorre all’utilizzo di più lingue, tutte appartenenti al bacino del mediterraneo. A conclusione mi sembra importante sottolineare la bellezza dei suoni e lo splendido lavoro in studio di registrazione, cosa sicuramente di non secondaria importanza. La cura dei particolari si riflette anche nella realizzazione del booklet pieno di pagine, illustrazioni, foto e citazioni, bel compendio in questo viaggio. Consiglio l’ascolto di quest’opera non convenzionale, originale (aggettivo questo decisamente meritato) ma anche fruibile e misurata, anche se in futuro mi auguro che la band vorrà osare maggiormente sul versante musicale appesantendo gli spartiti un tantino di più, dando così risalto alle proprie indiscutibili doti tecniche e sfruttando al massimo le proprie capacità di scrittura e composizione, forse tenute un po’ a freno in questo pur ottimo album.

 

Jessica Attene